Perle di vetroil commento di Federico Festa

Cercasi genio, né schiena dritta né cavallo: quasi no ciuccio

Senza niente più da sgarrupare, difficile trovare un nuovo sindaco per Avellino

cercasi genio ne schiena dritta ne cavallo quasi no ciuccio

La caccia s’era aperta senza aspettare il via libera da parte della Regione Campania. Tanto, quelli a Napoli avevano troppi pensieri tra formiche, blatte, avversari politici con le bandane o con le stellette.

No, Napoli era fuori gioco.

Ma la caccia si doveva comunque fare.

E si partiva proprio male.

Perché gli anni di Paolone-senza-parte, che tomo-tomo, sicuramente cacchio, aveva portato dritto-dritto a schiantarsi l’intera città, tutti li rinnegavano: una, due, fino a tre volte e senza mai dover aspettare il canto del gallo.

Pure i mesi di Vincenzino mala-parte, reclutato tra un bicchiere di vino e una carbonara, illuso di recitare nella storia il ruolo di Caligola mentre non era neanche il cavallo, erano impresentabili.

Già bruciato dal copia e incolla, Carletto non sapeva cosa azzeccare più sul suo curriculum per farlo votare.

Le migliori menti, quelle malate malate, erano all’opera da mesi per tentare di venirne a capo, scorgere tra platani abbattuti e parchi abbandonati ‘na capuzzella, ‘na trecciulella, ‘no fantasmino.

Ogni camurrìa qualcuno l’aveva già pensata e realizzata. Aveva iniziato Colucci, il precursore, con il parcheggio sotto il carcere borbonico, dal quale si entrava e non si usciva. Era stato il premio per aver fatto, tempo prima, il Mercatone che ancora oggi, quarant’anni dopo, nessuno aveva capito a cosa servisse, cosa fosse.

Poi avevano continuato con l’Autostazione, miracolo architettonico pensato “in ogni dettaglio” per non farci mai entrare un autobus, a meno che non fossero tappi, corti, bassi come tre Fiat 500 messe una dietro l’altra.

S’erano stancati?

None.

Altre menti malate ma finissime, erano state chiamate per scavare un tunnel dove, in omaggio al precursore, all’antesignano, al patriarca, si entrava in un senso ma si doveva uscire al contrario senza fare inversione a “U”, rimbalzando sottoterra perché lo spazio non ci stava e perché finiva la benzina. Pensate il progettista come ha studiato sta cosa e come, in futuro, potrà essere ricordata. Pensate. La scala di Penrose è ‘na pazziarella, ‘no scippo ncoppa a 'na carta.

Avevano finito?

None.

In una città moderna, serviva la metropolitana. Ma visto che con i buchi tutto l’ingegno era stato speso, ecco che l’avevano progettata all’esterno, leggera. I pali e i fili erano fioccati come castighi divini: piantati in mezzo alla strada, sui marciapiedi, davanti i passaggi pedonali. Niente era stato trascurato, persino balconi e finestre erano finite nell’avveneristico programma.

E i bus elettrici? Ci stavano, ci stavano. Comprati anni prima perché poi non potessero essere utilizzati se non ricomprandoli nata vota. Era stata la ciliegina sulla torta, più delle auto elettriche acquistate per i vigli urbani: a decine, usate una sola volta perché le batterie, ‘na pensata che non si poteva raccontare, non si ricaricavano, si dovevano ogni volta sostituire.

Erano stati anni illuminati, affidati a una classe dirigente irripetibile, insuperabile, consegnati alla storia grazie a un simbolo: i milioni da cacciare per acquistare il vuoto e le macerie della Dogana, con la facciata (quella è venuta a gratis) che senza i tubi innocenti se ne care.

Tutto questo era vero e si era fatto ad Avellino.

Da sgarrupare non c’era più nulla. A meno di non trovare un nuovo talento, un genio assoluto: senza schiena dritta e senza essere un cavallo, quasi ‘no ciuccio, va.