Abbiamo affrontato l’argomento in un altro articolo, lo ribadiamo anche ora: mister Bollini, amante della teoria e della tattica, ieri ha sbagliato formazione. Nessuno vuole sostituirsi a un allenatore che vede i giocatori ogni giorno e che va comunque applaudito per aver svolto complessivamente un ottimo lavoro, ma alcune scelte avrebbero fatto discutere per una settimana se i singoli non avessero da soli ribaltato il risultato. Tre i “capi di imputazione”:
- se la difesa stava dando certezze e garanzie soprattutto grazie all’ottimo lavoro dei due centrali, perché stravolgere tutto spostando Tuia a destra e rispolverando Schiavi out da un mese e mezzo?
- il campo ha detto più volte che Della Rocca e Ronaldo, schierati insieme, fanno fatica e rallentano il gioco. D’accordo, non c’erano alternative, ma stavolta Zito sarebbe stato più appropriato al contesto
- l’esclusione di Donnarumma: se nel 4-3-3 il bomber non può giocare, è l’allenatore che deve cambiare modulo e non l’attaccante ad adattarsi
Fatte queste premesse, proviamo ad addentrarci nell’analisi di una partita dai due volti: primo tempo bruttissimo, senza mordente, senza organizzazione, con tanta confusione tattica, innumerevoli passaggi sbagliati, nessuno in grado di dettare la profondità e un gol subito su una situazione di facile lettura da parte della difesa: c’è l’errore di Schiavi- che lascia troppo spazio e chiude in ritardo- c’è un Tuia troppo largo e che doveva accentrarsi prima aiutando il compagno in difficoltà. Dietro un primo tempo opaco, però, c’è anche una strategia studiata a tavolino in settimana: Bollini sapeva che il Latina, da tre mesi a questa parte, crolla nell’ultima mezz’ora e aveva stabilito di chiudere con una sorta di 4-2-4 per chiuderli d’assedio sfruttando il gioco sulle fasce più che gli inserimenti dei centrocampisti, propositivi per 45 minuti, ma tremendamente imprecisi. Soprattutto Della Rocca ha svolto il compitino con diligenza, proponendosi sia sul primo, sia sul secondo palo e sfiorando anche il pareggio al 44’.
Detto delle difficoltà a costruire gioco e dell’ossessiva quanto inutile ricerca dello schema elaborato su palla inattiva a favore, la Salernitana ha tutto sommato retto bene in fase di non possesso con il suo 4-3-3, con le distanze tra i reparti non sempre giuste: a destra Tuia era staccatissimo da Rosina, ma ciò permetteva al difensore di cercare più il lancio lungo per la sponda di Coda che l’assist semplice per il fantasista calabrese, un pesce fuor d’acqua nel primo tempo e poco servito dai compagni. Un pochino meglio la catena di sinistra, merito di uno Sprocati in giornata e di un Vitale finalmente meno lezioso e più concreto. Nella ripresa i cambi hanno mutato volto al match e la Salernitana, come detto, è passata al 4-2-4 alzando il baricentro: i due centrali difensivi seguivano ovunque Corvia e Insigne, i terzini varcavano con frequenza la metà campo, Della Rocca e Ronaldo erano una diga in mediana e la presenza di Donnarumma in luogo di Odjer (cambio molto discusso, ma il mister non si fidava della tenuta atletica del ghanese) permetteva a Coda di avvicinarsi all’area di rigore e di creare numerosi grattacapi al Latina.
Il gol del pari e il successivo assedio erano soltanto la conferma che la Salernitana, per vincere, non aveva bisogno di schemi particolari, ma di schierare i più forti. E così, dopo 2-3 azioni tambureggianti nate dal pressing e dalla capacità di trasformare l’azione da difensiva a offensiva, ecco il vantaggio: fraseggio nello stretto palla a terra, tiro di Coda sporcato da un avversario e rete di Sprocati sotto la Sud in delirio. Qui il doppio merito dei granata: ribaltare finalmente un iniziale svantaggio e non accontentarsi del 2-1. Il triplice fischio regalava ai posteri una Salernitana meritatamente vittoriosa, ma che ha regalato ancora una volta un tempo: a Vercelli si vada con il piglio della grande e di chi vuol sognare sul serio. Partendo dalle certezze e non dalle alchimie.
Gaetano Ferraiuolo
