di Andrea Fantucchio
(Clicca sulla foto di copertina e guarda il video-servizio di Ottopagine) «L'immagine che non potrò mai dimenticare è il nostro arrivo allo stadio. Mi commuovo ancora a pensarci. Vedevamo solo bandiere biancoverdi e un pubblico meraviglioso. Quando stavo entrando negli spogliatoi una donna anziana mi si gettò al collo. E disse: "Mario Piga, regalateci questo sogno". Mi trasmise un'adrenalina incredibile. E proprio Mario Piga ebbe la palla decisiva che portò l'Avellino in serie A». Un racconto straordinario. Ottopagine intervista Mario Piga per la nostra rubrica, “Personaggi”. (Vedi la prima puntata: dedicata a Gino Corrado. Titolo: "La Mirgia nel segno di Nando, poi a Torino salvai Quagliarella")
Lui ricorda gli anni della promozione in seria A. Un'epoca d'oro segnata da personaggi divenuti leggendari all'ombra del Partenio: il commendatore Sibilia, il primo allenatore il “Barone”, Paolo Carosi, e poi Adriano Lombardi, Cattaneo, Juary.
L'arrivo dei gemelli Piga. «Allora – dice Mario – io e mio fratello dovevamo essere acquistati insieme. Altrimenti non ci muovevamo. E così l'Avellino ci prelevò dall'Atalanta. Partimmo da Bergamo con la nostra 127 alle 11 del mattino. Arrivammo a Mercogliano intorno alle 22. La prima impressione non fu delle migliori. Avevamo i lacrimoni. A Bergamo c'era vita e benessere. Nel borgo che ci accoglieva il nulla. Erano già tutti a letto».
Continua: «Andammo dal ristorante Titino dove ci aspettava il commendatore Sibilia. Che ci accolse con questa frase: "Uè uagliò mo siete ad Avellino. Veriti che dovete fare. Ora mangiate e andate a dormire. Domani parliamo del contratto". L'inizio fu traumatico. Ma poi venire ad Avellino si rivelò la scelta più bella che io e mio fratello avessimo mai fatto».
Un inizio non facile. L'Avellino era contestato. Così come il suo allenatore.
Piga conferma: «A Carosi avevano anche danneggiato la macchina. Quando vide me e mio fratello ci disse: “Ragazzi, qui ci vogliono le palle”. E non rispondemmo d'istinto: “Ce le abbiamo”. Il mister ogni volta che gli avversari entravano in aria di rigore, recitava il suo mante. Diceva: "Zia Pia, zia Pia". E funzionava. L'attaccante avversario sbagliava il tiro. Quasi sempre».
Ricorda: «L'Avellino era una squadra con grandissimi valori. Forse tecnicamente non meritava la promozione. Era composta da quelli che erano considerati scarti della Serie B. Giocatori come Di Somma, Cattaneo, Reali, Tarallo. Ma avevano un cuore enorme. Ricordo l'accoglienza del grandissimo, Adriano Lombardi. Un capitano sempre in prima fila. Il primo a parlare col commendatore. Per chiedere gli stipendi quando Sibilia li pagava in ritardo per stimolarci. O chiedeva dei premi se li meritavamo. Insomma, non si tirava indietro. Anche quando rischiava in prima persona. Adriano era un uomo d'onore. Un grandissimo».
Mario inizialmente non rientrava nei piani di Carosi: «Poi non uscii più. In quella stagione cementammo il gruppo. Fino alla serie A. Ricordo la partita contro il Perugia. Era fondamentale continuare a sognare la promozione. E ci imponemmo per 2-1 con una doppietta incredibile del mio gemello. Poi battemmo anche il Cagliari. Quindi ci fu la trasferta di Genova. E lì segnai alla Sampdoria. Con la Seria A cambiò tutto».
Non solo sportivamente. Anche il capoluogo irpino subì una mutazione.
«Avellino con la squadra in serie B era una cittadina vuota alle 20 di sera. Con l'avvento della Serie A arrivò tanto benessere. Mi ricordo benissimo del centro città. Anche perché purtroppo fu martoriato dal terremoto. Avellino mi ha dato tutto. Nel bene e nel male».
Mario ricorda la città lacerata dal sisma. E l'orgoglio della gente che aveva perso i propri cari. Ma non si arrendeva. Nel dramma gli avellinesi si strinsero uno all'altro.
Racconta Piga: «A Montecatini contro la Pistoiese non c'eravamo con la testa. E perdemmo. Lì la federazione sbagliò tutto. Dovevano permetterci di sospendere il campionato. Poi ci fu la partita con la Juve. Valente scese sulla destra. Crossò in mezzo e io segnai a Dino Zoff. Un pareggio che ci diede una carica incredibile. La legge del Partenio consisteva nel fatto che, se l'Avellino doveva vincere una partita decisiva, lo facevamo. Qualunque fosse l'avversario».
Continua: «Mi conquistai la fama di ammazza-grandi. Mi ricordo il gol dell'1-0 all'Inter quando segnai a Bordon. Un risultato che ci permise di andare a giocare a Torino dove conquistammo il 3-3 che ci diede la salvezza».
Piga è stato uno di quei giocatori capace di creare con il tifo un rapporto incredibile. Che vive ancora oggi. Come se Mario non avesse lasciato mai Avellino.
Spiega: «I tifosi ci dicevano di dare il cuore. Io dico sempre che se un giocatore non riesce a dare il massimo ad Avellino è un bluff. Ad Avellino, se ti i impegni al massimo in campo, il pubblico ti applaude. Indipendentemente dal risultato. La maglia biancoverde è gloriosa, dieci anni di Serie A".
«Oggi il primo risultato che guardo è quello dell'Avellino. Quando siamo tornati in città il presidente Taccone ha chiesto a me, al mio gemello, a Cattaneo e aReali, di andare negli spogliatoi. E provare a trasmettere la carica ai giocatori. Abbiamo detto ai giovani: "Dovete darvi una regolata. L'Avellino non può retrocedere. Dovete tirare fuori il cuore. Per l'avellinese il calcio è sangue. E voi gli state togliendo il sangue".
Ha portato bene.
«L'Avellino dopo Perugia ha fatto sette otto risultati positivi consecutivi". La legge del Partenio per rivivere ha bisogno che calciatori, allenatore, società, tifosi e stampa, remino tutti nella stessa direzione. Bisogna creare un gruppo che intimorisca le squadre che vengono a giocare ad Avellino».
«Ricordo scene bellissime. Quando alloggiavamo all'hotel Jolly, pranzavamo domenica alle 11.30. Verso le 10.15 arrivavano oltre duemila tifosi con moto, auto, camioncini e noi dovevamo uscire in terrazza. Gli avellinesi scandivano i nostri nomi. Noi entravamo in partita in quel momento. E andavamo in campo con la voglia di sbranare gli avversari. Significa arrivare primi su ogni pallone»
Così è nato quel cuore e quella grinta che rendevano il Partenio una fortezza inespugnabile.
«Eravamo bravi a fare una cosa. Cercavamo di vincere il duello col nostro avversario diretto. Ti spiego: se giocavamo contro la Juve r io avevo come avversario diretto Tardelli, mi assicuravo di vincere il mio duello con lui. Se anche altri sei compagni vincono il proprio duello col diretto antagonista, stai certo che la partita la porti a casa.
Il giocatore più forte col quale Mario ha giocato?
«Laudrup. Aveva una tecnica in velocità. Faceva sempre la differenza. Nell'Avellino sicuramente mi ricordo di Juary. Era il giocatore più veloce che avessi mai visto. Quando gli passavo la palla avanti, arrivava prima lui e poi la palla. Poi Adriano Lombardi, un giocatore intelligentissimo. Tagliaferri e Di Somma. Ti ripeto, raggiungere la serie A fu un impresa. Della quale goderono quelli che vennero dopo».
«Io con Di Somma sono stato il giocatore che è rimasto di più con Sibilia. Lui uno massimo due anni mandava via i calciatori (ride ndr)»
Ora Mario vive con l'inseparabile fratello Marco a Palau. In Sardegna. Passano molto tempo sul gommone o in riva al mare. Ma non hanno mai tradito la passione calcistica.
Piga ha una speranza: «Ho consigliato all'Avellino di prendere Werter Carboni. Un portiere che ha fatto tutta la trafila a Cagliari. Mi auguro vada ad Avellino. Così magari riesce a trasmettere un po' di Sardegna. E poi spero porti bene, dopotutto lo manda Mario Piga».
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