Avellino, è finalmente l'ora di tornare a parlare di calcio

A Ladispoli l'esordio stagionale e assoluto della SSD di De Cesare nel campionato di Serie D

di Marco Festa - Inviato a Ladispoli (Roma)

Ve la ricordate come è fatta una partita di calcio? Una partita vera. Undici contro undici. Il rumore sordo del pallone. Entratacce e belle giocate. Le invettive contro l’arbitro. L’urlo liberatorio del gol. Le mani al cielo per festeggiare una vittoria. I tre punti. Probabilmente lo avete dimenticato, impegnati a tenere il fiato sospeso in attesa di un verdetto che non era più, da mesi, quello del campo: FIGC, Coni, Tar e di nuovo Tar. A fare il tifo per questo o quell’avvocato. Che tristezza. Che assuefazione al paradossale. Allora, viene da dire a cuore aperto: chissenefrega della categoria. Si torna in campo: basta e avanza per chi ama questo gioco terribilmente bello e ormai palesemente asfissiato dai giochi di potere. Ore 15, stadio “Sale” di Ladispoli, prima giornata del girone G di Serie D. Non sarà la Champions League, ma è decisamente meglio di un grado di appello dell’ennesimo processo sportivo.

Si riparte da zero. Con la palla al centro. Nella polvere dalla quale l’Avellino si era issato con fatica 9 anni fa fino ad accarezzare il sogno del ritorno in Serie A: 2 giugno 2015, Bologna – Avellino 2-3, traversa di Castaldo a negare la finale play off di Serie B, salutata mestamente e definitivamente venerdì scorso a chiusura di un'estate in versione psicodramma. Ma questa è un’altra storia. Il gioco dell’oca. Ma basta vivere di ricordi. Vietato pensare al passato. La gloria si conquista oggi. Ora che il futuro è presente. Guardando all’indietro c’è, in effetti, spazio solo e soltanto per la storia: che si chiama U.S. Avellino 1912 e che e si leggerà, almeno fino al prossimo campionato, Calcio Avellino SSD. Poco male, perché sul petto, all’altezza del cuore, avvelenato dalle amarezze, la storia è, intanto, già tornata d’attualità con il simbolo, quell’icona, che sarà come un vessillo dietro cui schierarsi incazzati più che mai; sotto cui tornare un popolo che ha fatto parlare l’Italia del pallone; per cui lottare con orgoglio: il logo dell’Uesse. Il logo, semplicemente.

Si riparte da qui. Sapendo che se si avrà la presunzione di pensare di aver già vinto perché ci si chiama “Avellino”, dimenticando la corsa contro il tempo per tirare su una squadra sulle ceneri di un disastro, allora, state certi, si farà una fatica enorme a vincere. Anzi, si perderà inesorabilmente. Anche in quarta Serie. Se, invece, si capirà che il blasone, rappresentato proprio da quel lupo, può essere traino e non fardello, si tornerà ad essere l’Avellino. Ne siate sicuri. Il filo conduttore è unico: si chiama umiltà. Quella, per intenderci, smarrita tra isterie social e snobbismi vari negli ultimi anni.

Si riparte da un 4-4-2 costruito in fretta e furia da un mister un po’ burbero, ma che potrebbe fare della semplicità la sua arma in più: Archimede Graziani. Da Carlo Musa, un direttore sportivo di 28 anni con la scomoda etichetta di “troppo giovane” da scollarsi di dosso a suon di risultati; che ha fatto sanguinare le orecchie per mettere in piedi una rosa nel rispetto delle regole: chi pensa che sia una anomalia e vorrebbe Cristiano Ronaldo si augura il male della società, a lungo termine, ed auspica ciò che ha criticato senza soluzione di continuità – giustamente – fino a ieri.

Si riparte dalla Sidigas di Gianandrea De Cesare, che ha già invertito l'equazione di Walter Taccone, uscito di scena in maniera ingoloriosa buttando via una continuità storica in Cadetteria: meno parole, meno clamore, più fatti. E di nuovo: logo docet.

Si riparte da Lagomarsini; Mitrha, Morero e Mikhailovsky, Parisi; Tribuzzi, Buono, Matute e Tompte; De Vena e Ciotola: gente che fino a un mese fa forse mai avrebbe pensato di indossare la maglia dell’Avellino. Ma che oggi è l’Avellino. Ed è questa l’unica cosa che conta. Almeno per i 250 tifosi che hanno fatto registrare il primo sold-out stagionale in un impianto sportivo che non è l’Allianz Stadium, ma che è la realtà. Dura da digerire, ma ineluttabile. Da rispettare, finanché. Meglio farsene una ragione, mettersi l’anima in pace e insieme il coltello tra i denti. Si riparte. Si torna a parlare di calcio. Adesso conta ciò che è l’unica cosa che dovrebbe sempre contare: fare un gol più degli avversari. Finalmente.

Dalle 15 aggiornamenti in tempo reale sul risultato di Ladispoli - Avellino; dalle 17 interviste in diretta sul canale 696 TV Otto Channel; dalle 19 appronfondimenti post partita su Ottopagine.it.