La forza della verità è che non può essere smentita. La deontologia è la stella cometa che guida un giornalista nell'unico cammino che è lecito e giusto che percorra: quello al di sopra delle parti, per mantenere integra la propria professionalità ed in ossequio ai lettori. Focalizzare l'attenzione con spirito critico su argomenti che ingenerano una riflessione è un dovere e un diritto. Altrimenti ci inventeremmo un programma per pubblicare i comunicati stampa e resteremmo a casa.Prima, però, un passo indietro.
È ormai di dominio pubblico che la conferenza stampa alla vigilia di Avellino - Rieti (pulsante "play" al centro della foto in apertura per rivederla integralmente, ndr) è stata preceduta da un attacco frontale e dichiarato di Salvatore Di Somma a chi scrive, in risposta ed in relazione a un articolo, pubblicato lo scorso giovedì 21 novembre, su Ottopagine.it. Titolo: “Avellino, uno 0 imperdonabile: la lezione di Cavese e Paganese”.
Il tema? Il premio di valorizzazione che la Lega Pro garantisce alle società che impiegano almeno tre e fino a un massimo di cinque under 21 di nazionalità italiana per l'intera durata delle gare. La replica? Eccola: “L'Avellino ha preso duecentomila euro di valorizzazione di Karic, Njie e Rossetti. Duecentomila euro. Questo è il fallimento del direttore sportivo Di Somma al mercato estivo. Punto.”
Peccato che poco dopo quel perentorio “l'Avellino ha incassato 200mila euro”, il direttore sportivo si è incartato nel momento in cui è stato posto l'accento sull'interrogativo chiave dell'articolo: perché, date le conclamate difficoltà economiche del club, rinunciare ai due bonifici che le altre società hanno già ricevuto e con cui pagheranno gran parte del bimestre di stipendi con scadenza 16 dicembre? “Perché, questi premi di valorizzazione sono già a disposizione delle società? No, non vengono elargiti subito. Documentatevi.”
Sì, direttore, siamo sicuri che siano stati elargiti. Non è una supposizione, ma un regolamento. E può stare tranquillo, è nostra consuetudine documentarci prima di operare. Se non basta, c'è un comunicato ufficiale, proprio quello della classifica con l'Avellino a quota zero euro, a ribadirlo. Piuttosto, questi duecentomila euro, l'Avellino, alla fine, li ha già incassati o no? Ci sarà modo di parlarne. Magari, come dopo la conferenza quando, a microfoni spenti, con grande serenità e disponibilità al dialogo, ha evidenziato che se in estate gli under italiani non sono arrivati è perché non si sono create le condizione per centrare degli obiettivi. Detto così, chi gliene avrebbe fatto una croce? Detto così, in piazza, non avrebbe fatto una piega. Avremmo alzato le mani. In fondo, questo chiedevamo: delucidazioni.
La strada percorsa, a telecamere accese, è stata, però, diversa. Decisamente infelice. Quella più semplice e comoda da percorrere. Rischiare - se non provare - a far passare il tutto come un attacco al simbolo che lei rappresenta nella storia dell'Uesse. Alla bandiera. Al capitano Di Somma. Ma chi le ha mai contestato questo? Repetita iuvant: si chiedevano unicamente lumi sul mancato ricorso ai contributi, che in estate venivano presentati, dalla dirigenza, come ovvio e giusto che fosse, come risorse imprescindibili per, come si suol dire, mandare avanti la baracca.
E, invece, virata brusca sull'amarcord e sulle emozioni: “Non mi piace fare brutta figura nella mia città, Avellino, dove io ho dato il cuore e continuerò a darlo. Quando a luglio mi chiamò la società, che non ci ha fatto mancare niente, lo dico con grande sincerità... Non ho dormito la notte. Il mio sogno, il mio desiderio, era tornare ad Avellino. Passavano gli anni e non riuscivo a realizzarlo. Ho lavorato a Benevento quattro anni, con risultati straordinari, ma il mio desiderio è stato sempre quello di tornare ad Avellino. Mia moglie mi rinfacciava: la vuoi finire con Avellino? Le rispondevo no, io voglio smettere ad Avellino. Sono stato accontentato. Ricordatevi bene, giovani, che non conoscete Salvatore Di Somma: il legame, il rapporto che io ho con questa città e la provincia va oltre tutto. È un rapporto straordinario. I giovani, forse, conoscono la mia storia attraverso i giornali, ma non conoscono bene Salvatore Di Somma. Sono 55 anni che sono nel calcio, conosco il mondo calcisticamente.”
Ma nessuno ha gettato fango sul passato. Gli appunti erano e sono alla gestione, relativa al caso speficio, del direttore sportivo del presente. E non si tratta di essere giovani o scafati, ma liberi di sviluppare analisi e porre quesiti. Con il dovuto rispetto di sempre per tutti gli interlocutori, e non di meno per quello chiamato in causa, ma senza compromessi e nessun timore reverenziale perché la critica non è a livello personale, ma inerente a dati oggettivi. Un approccio che merita chi desidera un'informazione approfondita, capillare, dettagliata, in grado di far riflettere e farsi un opinione in piena libertà. È una questione di professionalità. Punto. Per citarla. E non c'è dito puntato contro che tenga.
