L'analisi di Avellino - Ternana non può che iniziare dal suo epilogo. Minuto di gioco numero 92: cross di Rossetti, tocco di Zullo e gol di Illanes. L'assistente di linea Veronica Vettorel della sezione di Latina alza la bandierina: fuorigioco. Non convalidata la rete che avrebbe permesso ai biancoverdi di pareggiare il vantaggio delle fere, siglato all'83' dal nipote d'arte Nesta, e portato, salvo clamorosi colpi di scena, le squadre ai supplementari nella gara valida per gli ottavi di finale di Coppa Italia di Serie C. Avellino eliminato e via a una lunga coda polemica. Apriti cielo. In conferenza stampa, Capuano non punta, opportunamente, il mirino sulla Vettorel, ma ci va giù duro nei confronti dell'arbitraggio: “Stento anche a capire la buona fede. Quello che ho visto stasera è scempio del calcio, non è calcio.”
Mentre si spegnono le luci del “Partenio-Lombardi”, sui social si scatena una pioggia di insulti e invettive, da non riportare per evitare l'effetto cassa di risonanza. L'odore del sessismo è in alcuni casi nauseante. Per fortuna non mancano e non sono pochi coloro che si dissociano e condannano l'indecorosa deriva. Si ripropone, però, un copione triste, trito e ritrito. Inaccettabile, sempre. A maggior ragione nella settimana della giornata mondiale della violenza contro le donne. E non è retorica.
Un errore non ha sesso. Punto. E, attenzione, perché oltre le isterie del caso, la Vettorel non ha sbagliato la segnalazione. Almeno quella che ha scatenato il putiferio. Lo aveva fatto, piuttosto, al 59', guadagnandosi un'insufficienza piena per aver toppato nel ravvisare una posizione irregolare, smentita dalle immagini, ma piuttosto evidente pure dalla Tribuna Montevergine, di Charpentier, poi atterrato da Russo a tu per tu con Marcone. Sarebbe stato rigore ed espulsione. Ma il punto è un altro: sbagliare è umano. Sbagliare non ha sesso. È la cultura del sospetto e del pregiudizio il vero problema. Va così in archivio un'altra pagina mesta legata al calcio e al rispetto tanto decantato. Parole vuote. Resta una consapevolezza che fa rabbia: si può vincere o perdere una partita, ma per battere quello scetticismo che continua a viaggiare sottotraccia, malcelato non solo nel pallone, la strada da percorrere è ancora tanto, troppo lunga.
