Non è più il calcio dei nostri nonni e dei nostri padri, questo è poco ma sicuro. Non è più il calcio di Sibilia, Massimino, Rozzi e di chi più ne ha più ne metta. Quando gli affari venivano stipulati guardandosi dritti negli occhi. Quando un accordo sancito da una stretta di mano valeva più di una firma su un pezzo di carta. Più di uno scarabocchio su un contratto. Il presidente Walter Taccone sentiva di aver fatto la scelta giusta nel voler puntare fortemente su Massimo Rastelli, che in tre stagioni gli aveva regalato la Serie B e la semifinale play off per la Serie A. Pensava di aver blindato il tecnico con un biennale decretato da un semplice gesto di una mano e una pacca sulla spalla (leggi qui). Pensava male.
Non aveva fatto i conti con il Cagliari che, nel pomeriggio di ieri, dopo aver ricevuto una serie infinita di rifiuti (Donadoni, Ventura, Ranieri per dirne alcuni), ha puntato tutto su Rastelli, ingolosendolo con un contratto biennale con opzione per il terzo anno, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 250 mila euro più eventuali premi e quasi raddoppiarsi in caso di promozione in Serie A (leggi qui). Un’offerta che avrebbe fatto vacillare chiunque. Fatto sta che Rastelli ha dimenticato di essere legato all’Avellino da un altro anno di contratto, accordandosi con la società sarda nel giro di pochi minuti. Mandando all’aria un pre-accordo già siglato e tre anni di rapporti con la dirigenza biancoverde.
Da qui l’inizio della fine. In mattinata, il presidente Walter Taccone dopo aver ricevuto il sì di Enzo De Vito, che ha firmato un triennale e sarà il direttore sportivo dell’Avellino per le prossime stagioni (leggi qui), ha rifiutato di incontrare Rastelli alla Diagnostica Futura. “Siamo pronti anche a trattenerlo fermo un anno” ha urlato il patron biancoverde. Poi la decisione finale. Nessun faccia a faccia con Rastelli. “Non ti riceviamo” ha annunciato la società al suo ex tecnico, restituendo lo stesso colpo al petto incassato nella serata di ieri. (leggi qui)
Un’esternazione che non poteva non riportare alla memoria quella storica “sparata” nel corso di una telefonata negli studi di una nota emittente televisiva irpina, dal commendatore Antonio Sibilia a Giuseppe Papadopulo, allenatore dell’Avellino nella stagione 1994-1995. Sibilia imputava al suo allenatore, poi esonerato di lì a poco, di non essere in grado di far correre la Ferrari messa a sua disposizione. I pareggi non servivano. Erano troppi e valevano quanto le sconfitte. Papadopulo chiese allora di essere ricevuto all’indomani per un faccia a faccia privato, ma Sibilia lo allontanò con un “Io domani non ti ricevo” che ha fatto storia e ancora oggi è impresso nella memoria dei tifosi dell’Avellino. Da Sibilia a Taccone, da Papadopulo a Rastelli, venti anni dopo.
Carmine Roca
