Di Somma: "A Montecatini un giuramento tra lacrime e silenzio"

L'ex capitano dell'Avellino: "Altra epoca, altro calcio, senza le porcherie che leggo sui social"

di somma a montecatini un giuramento tra lacrime e silenzio
Avellino.  

Salvatore Di Somma, il dramma del terremoto vissuto da capitano dell'Avellino, anniversario dopo anniversario, lo ha raccontato con una commozione sempre uguale e sempre diversa. Sono già passati quarant'anni. Al telefono, la sua voce vibra dall'emozione. È momentaneamente lontano per un altro evento imponderabile che lo ha allontanato, temporaneamente, da Avellino seppur in maniera puramente precauzionale e ancora una volta totalmente imponderabile. Dal rumore e dal tremendo impatto visivo del terremoto alla morte silenziosa e subdola dispensata da un virus invisibile. Ora, come allora, è tempo di stringere i denti. C'è un'altra sfida da vincere, fuori dal campo. Ma, oggi, è il giorno del ricordo. E non c'è nulla da aggiungere alle parole di Salvatore Di Somma.

Elicotteri sul rettangolo verde - “Ogni anno, il mio ricordo del terremoto inizia, sempre, giorni prima. Quando si avvicina il 23 novembre, gradualmente riaffiorano nelle mente le immagini, drammatiche, viste quel giorno. Ho tutto impresso nei pensieri, come scatti fotografici, che sono lì, immutabili. Non invecchiano mai. L'emozione è sempre forte. Mi sento parte di un'esperienza collettiva più che individuale. Non posso dimenticare il caos, la confusione. Non c'erano tutte le diavolerie di oggi per restare costantemente in contatto. E così, dopo il terremoto, non sapevamo come metterci in contatto con le persone care che non erano con noi, ma anche tra noi, compagni di squadra. Sull'erba del Partenio vidi ciò che non avrei mai pensato. Elicotteri atterravano per prestare soccorsi, portare via feriti.”

Il ritiro e il giuramento - Non senza difficoltà, riuscimmo a radunarci E, grazie al grande impegno del commendatore Sibilia, ci trasferimmo a Montecatini Terme. Niente pullman o viaggi in prima classe. Ci mettemmo a bordo delle nostre auto e partimmo con la morte nel cuore. Rimanemmo lì per una settimana. Una volta disfatte le valigie, riempite in fretta e furia, ci ritrovammo nella saletta dell'hotel. Nessuno parlava. D'altronde, cosa c'era da dire. Ma in quel momento, in quel silenzio, piantammo il seme della nostra reazione, che germinò con il tempo. Già eravamo alle prese con un -5 in classifica. Qualsiasi squadra, in qualsiasi categoria, sarebbe stata semplicemente stroncata dalla somma di quella vicenda e quella della penalizzazione. Non noi. Ci ricompattammo. Tutti. Giurammo di dare il mille per mille, di sputare sangue. Non per mera retorica. Dovevamo salvarci a tutti costi. Guardavi negli occhi la gente e capivi che non era un'opzione, ma un dovere. Non era più solo sport.”

Un altro calcio, un'altra storia - “Ecco, ripensando a quei giorni, mi rendo conto di quanto la vita e il calcio siano cambiate. Vivo ancora di calcio, ma quello di allora era, francamente, tutta un'altra storia. Quel calcio era amicizia, un tessuto di rapporti, senza interessi economici sfrenati. Senza procuratori, pur rispettando il lavoro di tutti. Era il calcio delle bandiere, dove non si era semplicemente di passaggio in una piazza o, almeno, non sempre. Non era solo un lavoro. Io, ad esempio, vivevo la città e la provincia a 360 gradi. Il lunedì, con mia moglie, amavo andare a pranzo o cena in vari comuni irpini. Fu scioccante tornare in posti come Conza della Campania o Sant'Angelo dei Lombardi. Non c'erano più. Provai un senso di vuoto. Quel sentimento di smarrimento lo provammo, inevitabilmente, anche i ragazzi, che dovettero diventare uomini di colpo. Nelle prime partite dopo il sisma, a Pistoia e Udine, non c'eravamo con la testa. Perdemmo. Eravamo preoccupatissimi. Poi, però, scattò una molla. Da dove venissimo non aveva più importanza. Ormai eravamo tutti irpini e avevamo una missione. Rialzare un popolo.”

Meno social, più socialità - “Questo senso di appartenenza non ce lo scolleremo mai di dosso. Quando organizziamo un appuntamento con i vecchi compagni di squadra si fa a gara per non mancare. Un legame fortissimo, indissolubile, ci lega a questa terra. Quarant'anni dopo posso dire che il terremoto, con la sua scia di morte e dolore, mi ha insegnato una drammatica lezione di vita. Fu come uno schiaffo in viso. Mi svegliò dall'ovattato mondo del calciatore e fece capire quali sono i veri valori, cosa vuol dire avere un rapporto vero con il prossimo, ma anche il rispetto per gli altri; che è possibile vivere in un modo e in mondo diverso. In un attimo tutto può finire. Ogni attimo deve essere vissuto con amore. Mettendo da parte quell'assurda arroganza che, adesso, è sempre più dilagante. Quarant'anni fa non c'erano i social, c'era una cultura diversa. Per intenderci, chi si sarebbe mai sognato di lasciarsi andare così a cuor leggero nell'esternare porcherie, cattiverie; di avventurarsi in prese di posizione costanti, percepite quasi come doverose, pregne di voglia di prevaricare. Ecco, ora più che mai sarebbe bello ricordare cosa era l'Avellino, cosa è stato, e non solo per l'impresa sportiva che realizzammo. L'Avellino sintetizzava la bellezza di essere uniti; di essere una comunità vera, autentica. Avellino era la nostra città, l'Irpinia la nostra casa, la porta era sempre aperta. Quella della gente per noi e la nostra per la gente. Si stava insieme con semplicità. Una passeggiata lungo Corso Vittorio Emanuele, quattro chiacchiere con i tifosi. Le nostre giornate scivolavano via così. Poi, lasciavamo parlare il campo e con i tifosi c'era un rapporto franco. Insomma, altra roba rispetto a quello che leggo e vedo in questa società contemporanea. Cattiverie gratuite, nascosti dietro allo schermo di un cellulare o di un computer. All'epoca, guai a chi ci toccava e se proprio qualcosa non era andata giù non ci mandavano mica una lettera per dircelo... Mi auguro, dunque, che questo triste anniversario coincida con un momento di riflessione per riscoprire i veri valori di una terra senza eguali. La mia, la nostra Irpinia. Quella che si scrollò di dosso la polvere con una dignità e una forza senza termini di paragone.”

Elaborazione grafica: Giuseppe Andrita