Il sigillo su quella salvezza strepitosa, miracolosa, sportivamente parlando, la mise lui con una sassata da distanza siderale, che non lasciò scampo a Tancredi e fece sfumare le residue speranze di scudetto per la Roma di un certo Falcao rendendo vano il gol del vantaggio al Partenio. “La presi così bene per errore, credimi” scherza Massimo Venturini, che dopo una carriera di tutto rispetto è tornato a vivere nella sua regione d'origine, in provincia di Novara. Gentile, disponibile, è sinceramente felice di essere parte di un ricordo tanto doloroso quanto emozionante. A quarant'anni dal sisma che devastò l'Iprinia, l'emozione gliela si legge in maniera pressoché palpabile, nelle parole.
Quel tavolo ancora prenotato - “Ero appena arrivato dalla Sampdoria, stavo imparando a conoscere la città. Quella sera ero in macchina con Criscimanni e le rispettive compagne. Ci dirigemmo in un ristorante, ma poi, guardando l'orologio, convenimmo che era forse un po' presto per cenare. Prenotammo un tavolo e decidemmo di fare un giro in auto prima di tornare. All'altezza del carcere borbonico sentimmo la terra vibrare. Pensammo di aver bucato e accostammo. Quando scendemmo per capire cosa fosse accaduto rimanemmo sconvolti. Era il terremoto e noi eravamo delle persone fortunate perché il ristorante dove non ci sedemmo per pura casualità aveva riportato dei danni piuttosto seri. Come molti, anche io ricordo quella temperatura inusuale per il periodo autunnale. Faceva caldo. Da quel momento è accaduto qualcosa che non avrei mai pensato. Ho conosciuto delle persone eccezionali, che avevano perso tutto o quasi, ma che pensavano a stare vicini come se fossimo loro famigliari. Sono piemontese, ma non ho difficoltà ad ammettere che non credo che questo modo di porsi nei confronti del prossimo sarebbe stato così scontato, a parti invertite. In quei giorni, da quel giorno, si è creato un legame indissolubile, i momenti difficili li abbiamo affrontati insieme. Persone qualunque, vicini, tutto si prodigavano per darci una mano. Ad Avellino ho capito cosa vuol dire essere parte di una comunità. Mi sono ritrovato a mangiare a case di sconosciuti, con una cultura dell'ospitalità immensa. E sul campo, ovviamente, eravamo in debito. Quel terremoto ci ha dato una forza incredibile, ci ha cementato come gruppo.”
Da squadra a estensione in campo di un popolo - “A livello calcistico abbiamo compiuto una missione impossibile. Partire dal -5 in classifica e salvarsi, con la vittoria che, allora, valeva 2 punti, è qualcosa di una difficoltà incredibile. Dietro di noi, come nella quotidianità, c'era la nostra vera arma in più: un popolo che ci seguiva dovunque in Italia, con le famiglie al seguito. Per loro non mollavamo mai. Non potevamo. Così non partivamo mai battuti. Contro nessuno. Quarant'anni fa, nei giorni successivi a quel disastro, non potevamo nemmeno allenarci. Non c'erano i cellulari e con la linea telefonica pressoché fuori uso dovemmo ritrovarci per caso, in strada. Una volta radunati siamo dovuti andare via da Avellino perché la Croce Rossa aveva allestito un campo per gli sfollati al Partenio. Eravamo in balia delle onde, ma ferocemente determinati a veleggiare verso un porto degno dei nostri tifosi. Con le maglie verdi dovunque, al nostro fianco. A Mercogliano, davanti all'Hotel dove dormivamo, a battere le mani prima delle partite. Come si fa a non lasciare, per sempre, un pezzo di cuore, in un posto così?”
Elaborazione grafica: Giuseppe Andrita
