Pagotto ha voltato pagina: "Ad Avellino c'è aria di famiglia"

Trionfi, crolli, rinascita: "Starei ancora guidando un furgone se non fosse stato per Di Somma"

Avellino.  

Non c'è gruppo vincente che non abbia preziosi “uomini ombra”, quelli che lavorano lontano dalla luce dei riflettori, poche parole e tanto impegno, per dare il proprio contributo ai successi del collettivo. Nell'Avellino, Angelo Pagotto è uno di questi. Fame da lupo per riprendersi la sua vita e la sua vita nel calcio. Di calcio. Da uomo di campo. L'allenatore o preparatore dei portieri, che dir si voglia, è uno dei segreti alla base del campionato fantastico di cui si sta rendendo protagonista Francesco Forte; gongola per gli otto clean sheet nelle ultime 10 partite e tesse le lodi dei suoi ragazzi: “È la squadra, nel suo complesso, che permette al portiere di avere la tranquillità per poter assolvere nel migliore dei modi possibili al proprio compito. In settimana tutti gli sforzi dei ragazzi che alleno sono finalizzati a non incassare reti, ma sappiamo che è quasi impossibile. Una lotta quasi impari, ma quando la vinci so quanto possa essere gratificante. Quando siamo partiti per il ritiro e ho saputo che avrei lavorato con Forte e Pane, gli ho subito detto che non avevo mai allenato due portieri così forti. Forte ha  qualità fisiche per cui deve essere grato a madre natura. Ha quasi dieci kili in meno rispetto a Pane e, di conseguenza, una reattività che è impressionante. Se tecnicamente sono tutti e due bravi, è come se Forte avesse un giubottino in meno, di dieci kili, sulle spalle. Quindi, è chiaro che ha tempi di reazioni incredibili. Mi ricorda Jimmy Fontana dell'Atalanta per impostazione e caratteristiche. Forte ha dieci anni di carriera davanti a sé e tutte le possibilità per poter andare in categorie superiori”.

Secondo anno consecutivo all'ombra del Partenio tra emozioni alterne e prospettive differenti: “Avellino è una piazza importante, io mi ci sono catapultato senza pensare al tipo di contesto societario che avrei potuto trovare. L'anno scorso, oggettivamente, abbiamo trovato tante difficoltà. Abbiamo cercato di fare tutto il possibile, quanto era nelle nostre possibilità, con quello che avevamo a disposizione. Purtroppo, sono cambiate tre società e due allenatori e non è stato facile. L'anno scorso abbiamo fatto un grande miracolo a qualificarsi ai playoff e se non fosse stato per la conclusione anticipata per il Covid, francamente, non so se disputando altre partite alla fine ce l'avremmo fatta. Quest'anno, invece, abbiamo una società forte e solida. Si può programmare a lungo termine. I risultati si stanno vedendo e si vedranno. Il presidente D'Agostino è una persona importante. Lo ha dimostrato a noi e alla piazza. Ha le idee molto chiare.  Quando si ha una società forte, una tifoseria forte e una squadra altrettanto forte, le cose possono solo andar bene”.

Da calciatore, Pagotto, campione d'Europa con l'Under 21 di Cesare Maldini, titolare davanti a un certo Buffon, e con una linea difensiva a proteggerlo composta da Panucci, Fresi, Galante, Cannavaro e Nesta, è stato alle dipendenze di tecnici del calibro di Sacchi e Lippi, ma non ha dubbi su quale sia l'allenatore che più gli ricorda Braglia:Se io dovessi paragonare a qualcuno, lo paragonerei a Mazzone, che ho avuto. Grande temperamento, ma il mister è, a mio parere, migliore sotto l'aspetto tecnico e tattico. Braglia è l'allenatore che legge meglio la partita con cui ho mai lavorato. Credetemi, è incredibile come riesce a stare concentrato; dentro la partita, con lucidità, nonostante inciti sempre i ragazzi”.

A proposito di quella notte magica a Barcellona. Neutralizzando i penalty di due allora giovanissimi fuoriclasse, De la Peña e Raúl, Pagotto rivelò il suo talento innato di pararigori: “La psicologia è fondamentale per parare un rigore. Bisogna conoscere il carattere di chi calcia: se è uno strafottente; se è uno emotivo, che può avere paura. Dipende anche il momento in cui viene battuto il rigore. Sono tante piccole cose di cui fa parte anche il modo in cui ci si pone davanti al rigorista".

Tornando alla stretta attualità, Pagotto non ha dubbi in merito ai portieri più interessanti della categoria: “Quando giochiamo con la squadra avversaria la prima cosa che guardo è il portiere. Credo che Avella sia il prospetto migliore delle altre campane. Mi piace molto Daga della Viterbese, bravo e molto giovane. Non di meno Martínez del Catania. Tutti hanno bisogno di una sola cosa: pazienza. Prendiamo Di Stasio del Foggia, ad esempio. Contro di noi ha preso un gollaccio, ma ha tanto davanti. Tanto da imparare. Se non si sbaglia non si impara. Si spera, ovviamente, di non commettere errori che costano la partita, ma sbagliare è normale, umano, e fa parte della crescita del portiere”.

Guardando qualche categoria più in su, nessun dubbio nel ritenere Buffon l'ultimo, vero, fuoriclasse prodotto dalla cara, vecchia, scuola dei portieri italiani. A proposito di Milan, c'è Donnarumma “ma è presto per considerarlo un fuoriclasse come Gigi, ha ancora tanto da migliorare”.

A Napoli, dove Pagotto è cresciuto calcisticamente guadagnandosi le luci della ribalta, c'è un altro patrimonio del calcio tricolore: “Mi dispiace che Meret non stia giocando con continuità. È un portiere giovane e bisognava dargli subito fiducia. Napoli è una piazza particolare, molto calda. Forse, il carattere di Meret non si sposa benissimo con la piazza di Napoli, ma bisogna puntarci perché ha grandi potenzialità e margini di miglioramento”.

Della sua esperienza al Milan dichiarò: “Non ero pronto per quel contesto. Per rendere avevo bisogno di un clima famigliare, come quelli a Pistoia e Genova”.

E, allora, nella sua seconda vita nel calcio, che gli ha dato tanto e tolto molto, tra trionfi e cadute con la squalifica di due anni controversa e contestata, per positività alla cocaina, ai tempi del Perugia e quella di 8 anni da reo-confesso, nella sua ultima esperienza da professionista, a Crotone, Avellino si sta rivelando quella piazza a misura d'uomo in cui riprendersi, magari con gli interessi, ciò che era scivolato via, tra le mani, come potrebbe capitare a chiunque. Perché la fragilità è propria di tutti, nessuno è infallibile, ma una seconda chance c'è per tutti. Soprattutto per chi dimostra di volerlo e di meritarlo: “Innanzitutto, devo ringraziare tantissimo il direttore Di Somma, che mi ha dato questa possibilità, due anni fa. Senza di lui starei ancora guidando un furgone a fare il magazziniere (a Prato, grazie all'aiuto di sua sorella, dopo aver fatto il cuoco, il pizzaiolo e il lavapiatti sconfinando fino in Germania, ndr). Avellino è speciale perché è una piazza importante, ma a dimensione d'uomo, come piace a me. Qui si respira ancora l'aria della famiglia, quella che ho sempre cercato nel mondo del calcio. Ho sempre fatto bene dove il gruppo era la vera forza. In contesti in cui era necessario conoscere 6 lingue, parlare dando del lei, iniziavo a far fatica ad andare al campo, ho, invece, sempre toppato. La mia storia mi ha insegnato che è importante non dimenticare che davanti ti trovi degli uomini, prima che dei calciatori. Per me la base è il rapporto umano, cercare di instaurare un rapporto di rispetto e quasi di amicizia. Il portiere va in campo ed è da solo, ma i miei ragazzi devono sapere, sentire, che dietro le loro spalle ci sono io. Prima dell'ingresso in campo del portiere che gioca lo abbraccio, gli do tutta la mia grinta, anche se non c'è bisogno; piccoli indirizzi prima della partita. Poi sta a loro e per quanto riguarda Forte e Pane sono contento”.

E così, non ha dubbi, Pagotto, quando gli si chiede dove si immagini tra dieci anni: “Io spero ad Avellino e, possibilmente, in Serie A”.