C’è una base solida su cui lavorare con serenità e fiducia, ma anche alcuni aspetti da migliorare, sia in termini tecnico-tattici, sia di organico: l’Avellino è uscito dal “Barbera” e dalla Coppa Italia con una serie di consapevolezze più o meno nuove a tre settimane dall’inizio del campionato di Serie B. La prima, positiva, è che la squadra continua a restituire segnali incoraggianti per quanto riguarda il modo di tenere il campo: reparti molto corti, spazi serrati in difesa e movimento armonico dei reparti, che mantengono bene le distanze.
Non è un caso che il Palermo non abbia creato, fatta eccezione per qualche stoccata dalla distanza e qualche sortita personale, grossi grattacapi. C’è però da migliorare la gestione delle palle inattive e il primo gol ne è la dimostrazione: lo sa comunque, benissimo, Tesser, che nel post-partita del quarto trofeo “Guglielmo Maio”, disputato a Lanciano lo scorso 2 agosto, aveva ammesso la necessità di compiere dei passi in avanti in tal senso, dimostrando di conoscere alla perfezione pregi e difetti della sua nuova creatura. Un problema che sarà risolto anche grazie ad un pizzico di concentrazione e reattività in più, che aumenteranno di pari passo con il crescere della condizione fisica.
Zito, che tarda a salire sugli sviluppi del calcio d'angolo da cui scaturisce l'1-0 restando appostato sul primo palo, tenendo in gioco Rigoni a tu per tu con Frattali, è l’emblema di quanto appena detto. A centrocampo la nota più positiva è rappresentata dalle giocate sempre utili e mai banali di Gavazzi, autore dell’assist per il gol del momentaneo pari di Trotta: se migliora in fase difensiva (ieri si è fatto tagliare alle spalle Rigoni sull’azione che è poi sfociata nella rete decisiva di Quaison, ndr) si candida ad essere una delle migliori mezze ali della categoria.
Discorso diverso per Arini: in fase di interdizione non si discute; quando c’è da mettere il piede non lo tira mai indietro ed esce quasi sempre vincitore dai contrasti, ma paga dazio nel momento in cui prova a ribaltare rapidamente il fronte dell'azione per premiare, magari con un tocco di prima, l’aggressione dello spazio da parte di Tavano o Trotta. Questione meramente di caratteristiche tecniche, che lo rendono un giocatore efficace nel fraseggio nello stretto, decisamente meno quando c’è da verticalizzare. E allora, ciò che emerge dal terzo turno di Coppa Italia è soprattutto un auspicio: che l’Avellino riesca a sfoltire con un paio di cessioni la lista degli Over per poter tornare sul mercato ed innestare in organico un regista puro, in grado di dettare il gioco con la qualità e i tempi giusti; che sia in grado di mettere nelle condizioni gli avanti di rendersi ancor più pericolosi, sfruttando la loro rapidità.
A tal proposito: Tavano non è Castaldo. Nel senso che non c’è da attendersi che torni a prendere palla all’indietro per poi puntare l'area avversaria o ripieghi in copertura. È letale negli ultimi venti metri, il bomber. Tutto sta nell’innescarlo con precisione e nell'istante più opportuno, come potrebbe fare un vero metronomo di centrocampo, oltre al trequartista: Insigne ha fatto vedere di avere tutti i numeri per disputare una grande stagione, ha l’assist nel suo DNA, mentre Soumarè continua a palesare una generosità apprezzabile, ma garantisce più dinamismo che intuizioni, indispensabili per chi agisce tra le linee; gioca spesso in orizzontale o all’indietro.
Capitolo a parte per Trotta: due gol in due gare ufficiali e un talento cristallino. Rimpiazzarlo sarebbe quantomeno difficile e tenerlo fino a gennaio, provvidenziale. È una delle certezze di cui, offerte irrinunciabile a parte, l’Avellino non si vuole giustamente privare. E a proposito di certezze: nessun dubbio per i pali, che con Frattali sono in mani sicurissime.
Marco Festa
