L'atto finale sarà celebrato giovedì: è il giorno nel quale, se non ci saranno novità dell'ultima ora, il Tribunale leggerà il dispositivo della sentenza del processo a carico di otto persone – chieste sette condanne ed un'assoluzione – tirate in ballo dal troncone politico dell'indagine della guardia di finanza sull'Asl.
Epilogo di un dibattimento iniziato nel novembre del 2016, dopo il rinvio a giudizio stabilito a settembre dal gup Roberto Melone, centrato su una storia che si era consumata tra l'ottobre del 2011, quando sulla poltrona di direttore generale dell'Azienda sanitaria si era seduto Michele Rossi, e l'estate del 2012, con la denuncia presentata dallo stesso manager, indicato dall'allora parlamentare Nunzia De Girolamo, nei confronti del direttore amministrativo Felice Pisapia, che a dicembre sarà licenziato.
L'inchiesta è diretta dal sostituto procuratore Giovanni Tartaglia Polcini, nel mirino finiscono i mandati di pagamento in favore di alcune società. E' il filone iniziale dell'attività investigativa: sfocerà, tra dicembre 2013 e gennaio 2014, nell'esecuzione di alcune misure cautelari e poi, nell'ottobre del 2019, in quattro condanne- compresa quella di Pisapia- un'assoluzione e nella dichiarazione di prescrizione per altre quattro posizioni.
Sembra un'inchiesta come tante, ma contiene un elemento che le farà assumere una dimensione più vasta e con implicazioni più importanti. A supporto dell'ordinanza adottata all'epoca finisce infatti uno stralcio della consulenza affidata dal Pm ai dottori Stefania Viscione e Massimo Zeno, chiamati a trascrivere il contenuto di due cd depositati a settembre da Pisapia, che, dopo essere stato ascoltato due volte nel gennaio del 2013, aveva chiesto di poter essere ancora interrogato.
In quei supporti informatici ci sono le registrazioni che Pisapia ha operato con il suo telefonino nell'estate del 2012 nell'abitazione paterna di De Girolamo, teatro di alcuni incontri con il management dell'Asl e due collaboratori della deputata. La pubblicazione di una parte di quei colloqui, che nel provvedimento cautelare per i mandati di pagamento inducono il gip Flavio Cusani a configurare l'esistenza di un presunto “ristretto direttorio politico-partitico, costituito, al di fuori di ogni norma di legge, da componenti esterni all'amministrazione, a cui fa riferimento il direttore generale dell'Asl”, scatena il finimondo.
De Girolamo, ministro delle Politiche agricole del governo Letta, si dimette dall'incarico il 26 gennaio 2014, respingendo qualsiasi sospetto sul suo conto e bollando le registrazioni come “illecite ed inutilizzabili perchè in violazione della privacy”. Registrazioni di cui sarà poi dichiarata a più riprese l'utilizzabilità. Il procuratore Giuseppe Maddalena affianca al sostituto Tartaglia Polcini, con il compito di coordinarli- lo farà fino all'ottobre del 2014, quando partirà alla volta di Roma-, i colleghi Nicoletta Giammarino e Flavia Felaco.
A causa anche della successiva assenza della dottoressa Felaco, sarà poi Giammarino a proseguire l'inchiesta, puntata su una serie di vicende emerse dalle registrazioni: non solo quelle di settembre del 2013, ma anche delle altre consegnate, su richiesta dell'ufficio inquirente, da Pisapia.
Il clima si arroventa, De Girolamo si dice vittima di un complotto, è fortissimo lo scontro. Un ulteriore colpo di scena arriva nel febbraio del 2014: su ordine del dottore Tartaglia Polcini, che partecipa alle operazioni, la finanza perquisisce gli uffici dell'Asl di via Mascellaro e via Oderisio, a caccia dei documenti sulle spese legali, sulle quali, nei giorni precedenti, l'avvocato Roberto Prozzo, dopo l'interrogatorio del suo assistito, Michele Rossi, ha preparato un dossier. Circostanze al centro di una consulenza curata dai dottori Zeno e Viscione, per le quali nell'aprile del prossimo anno, a distanza di sette anni, si svolgerà l'udienza preliminare per dodici tra dirigenti Asl e avvocati.
Anche Giammarino lascia Benevento, non prima di aver proposto l'archiviazione di alcune delle ipotesi di reato inizialmente prospettate. Come quella di associazione per delinquere: una valutazione, la sua, che il gip Cusani, nell'aprile del 2016, non accoglie, disponendo l'imputazione coatta. Il resto è la cronaca di un processo, ereditato dai pm Francesca Saccone e, infine, Assunta Tillo, arrivato alla curva conclusiva, con imputati di cui i difensori hanno sollecitato l'assoluzione per l'infondatezza dell'impianto accusatorio.
